SCRIVERE per RACCONTARE

Ogni ragazzo normale, in un periodo della sua vita, prova un irresistibile desiderio di partire e mettersi a scavare per portare alla luce un tesoro nascosto" Mark Twain - Le avventure di Tom Sawyer

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Blogger: Mariaserena
Nome: Maria Serena Peterlin
Ascolto, osservo e leggo. Mi interesso di letteratura. Mi occupo di formazione, scuola ed educazione. In questo blog parlo soprattutto di ragazzi e di scuola, di problematiche giovanili e di interessi culturali legati all'attualità. Pubblico qui i miei scritti, racconti, ricordi, foto e disegni e le mie libere parole.

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martedì, 13 maggio 2008

Speciale Festa della Mamma - ebook omaggio dal Pratico Mondo

Splinder (10/05/2008) Speciale Festa della Mamma - ebook omaggio dal Pratico Mondo In occasione della Festa della Mamma il Pratico Mondo è lieto di annunciare la nuova opera di Maria Serena Peterlin : Frammenti Materni Riflessioni,racconti e poesie sopra l'universo materno   ...Abbiamo attraversato un troppo lungo periodo di anni in cui si è fatto di tutto per far perdere significato e Leggi ancora...
postato da: Mariaserena alle ore maggio 13, 2008 13:56 | link | commenti
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Speciale Festa della Mamma - ebook omaggio dal Pratico Mondo

Splinder (10/05/2008) Speciale Festa della Mamma - ebook omaggio dal Pratico Mondo In occasione della Festa della Mamma il Pratico Mondo è lieto di annunciare la nuova opera di Maria Serena Peterlin : Frammenti Materni Riflessioni,racconti e poesie sopra l'universo materno   ...Abbiamo attraversato un troppo lungo periodo di anni in cui si è fatto di tutto per far perdere significato e Leggi ancora...
postato da: Mariaserena alle ore maggio 13, 2008 00:45 | link | commenti
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martedì, 29 aprile 2008

Un racconto romano

E’ pomeriggio ma nel cielo  si vede già la luna anche se non è ancora buio.
Claudius ha tra i venticinque e i trenta; è salito sulla metropolitana, scenderà alla stazione San Paolo.
Claudius è contento, finalmente può viaggiare tranquillo, senza biglietto; finalmente, pensa, qui non ti rompe le scatole nessuno. Viene da un paese più triste e povero, più serio; là i poliziotti ti arrestano davvero per nulla,pensa, e lui ci è passato tre volte. Passato in galera, ovviamente. Galere vere, da piangere. Claudius ha fatto un viaggio lungo ma senza problemi; al terzo arresto il capo poliziotto gli aveva detto:
Ora basta; te ne vai.
Dove vado io?
Come dove? Fuori di qui, non vogliamo delinquenti da noi.
Non sono un delinquente, capo… per una spinta a una vecchia … volevo solo i suoi soldi.
Ah, solo i soldi? Ma quella ha una gamba rotta e tu sai quanto costa l’ospedale allo stato? E poi hai rubato un’auto.
Capo, ma che dici, io non rubo. Io avevo bisogno della macchina.
Insomma basta. Fuori di qui. Domani parti.
Claudius era stato disperato. Poi a casa i fratelli gli avevano spiegato.
Tranquillo Claudius , è buono per te. Là dove ti mandano niente galera. Niente spese, niente problemi. E poi ci sono amici e commari.
Come amici?
Ma sì, sono in tutte le città.
Dove vai trovi amici. Dove vai hai auto, hai casa, hai tutto: vestiti, pasti, da bere e fumare. Solo qualche giorno per strada, poi assegnazione casa e sussidio. Se malattia vai in ospedale. Pronto Soccorso e medicine gratis. Poi c’è nostro avvocato.
Avvocato? E che ci faccio con Avvocato.
Vedrai, là con Avvocato tutto ok.
Con un po’ di paura Claudius era partito: autobus, poi treno, poi autobus: lungo e per diversi paesi quel viaggio. Non dire il tuo vero nome gli avevano detto; e lui era passato.
Vado a trovare mio fratello che ha lavoro per me.
Che lavoro?
Muratore.
E tu sai fare il muratore?
Fatto scuola di muratoria.
Ok.
Poi tutto fu facile. Paese bello, caldo. Mangiare e vino buoni, nessuno ti chiede il biglietto. Neanche altre cose. Amici buoni. Lavorato solo pochi mesi. Poi disoccupato con sussidio. E si arrangia.
Claudius ora, sulla metro, vede salire una donna anziana. La stazione San Paolo è la prossima fermata; c’è ancora un breve tratto di percorso in galleria; poi fuori, in superficie; il cielo è sereno e le luci disegnano traiettorie irregolari sul finestrino sporco.
La donna anziana al primo sobbalzo cerca un appiglio; ma scivola. Claudius, che ha messo un piede avanti, come per scendere ondeggia come se stesse per perdere l’equilibrio, ma ora si china con altri per rialzarla.
Alla stazione scende con veloce. Si infila nel treno per Ostia. Quasi vuoto.
Poco dopo fa cadere dal finestrino un portamonete vuoto e, tenendo le mani in tasca conta  soldi che stringe in pugno.
Buono. Dovrebbero essere 80 euro.
Vecchia idiota, sogghigna Claudius . Se ne accorgerà e starà già strillando come una gallina spennata.
Chi se ne frega.

mercoledì, 09 aprile 2008

AUDIO: Viaggio a Montevideo (Dino Campana)

Splinder (09/04/2008) Immagine: Wikipedia Io vidi dal ponte della nave I colli di Spagna Svanire, nel verde Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando Come una melodia: D’ignota scena fanciulla sola Come una melodia Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola... Leggi ancora...
postato da: Mariaserena alle ore aprile 09, 2008 22:44 | link | commenti
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giovedì, 27 marzo 2008

Tema sul tema in tema

Ci sono cose che il tempo confina in te, ci sono fatti, immagini, sogni, che l'ipocrisia ti impedisce di dire e c'è un colmo interiore, un gas che tenta di uscire. C'è l'illusione che questa società possa farti parlare, ma ti accorgi che le tue parole s'infrangono nell'aria notturna; rimani ore a parlare con la tua città, finché riversi gocce del discorso su di un sudicio biglietto raccolto su quelle scale, che seguirà la sorte degli altri, accocolati ai piedi di quel lampione al Campidoglio.

Sì! Lì c'è il nostro dire, i nostri dolori, e quella ormai immancabile adolescenza, nascosta tra quelle fessure, un nuovo cuore disciolto nella distrazione cittadina. C'è un ricordo, una convinzione pian piano defunta, che il "Tema" fosse una chiave per aprire un contatto con il mondo e tutto ciò che il tema ascoltava, lo sentivano tutti. Ora so che il tema è più buio del nostro io, in esso fallisce il senso dello scrivere, in esso si sprecano parole e il pensare rimane circondato dal nulla. E quale più amara sorte se non quella di mancare il compimento di uno sperato significato?

E giacciono  in qualche modesto luogo i propri sbadigli di felicità, e quei francobolli di dolore, muti e senza domani in attesa che qualche loro simile li raggiunga in quel letargo eterno.

Eppure quando incontro un foglio di carta, la mia penna vuole scrivere, perché quel gas vuole uscire, ormai stanco di leggere la tristezza negli occhi della gente e tacere al cospetto del mondo. Ho mille cose in testa, ognuna diversa, intensa, ognuna con pari desiderio di uscire e di gridare, mentre sono costretto nella "tortura", a spiegare cos'è la "tortura", e tutto al fine di, tutto per riuscire a raggiungere la sufficienza, per vedere scritto il 6 accanto  a queste parole. Ma io sono convinto che il pensiero umano sia più importante di qualsiasi 10. Così fatta la scuola è sbagliata.  E' assurdo che io abbia a perdere due, quattro o anche sei ore, per scegliere tra le parole che gli anni, hanno impresso, quelle giuste, perché possa raggiungere un numero.

Vorrei ora volar via, raggiungere un prato e sdragliarmi, guardando negli occhi il sole, senza che nessuno possa raggiungermi con il suo vociferare. Vorrei ceh anche lei volasse da quella allagata città, per raggiungere quella candida spiaggia verde e posasse quel suo sorriso sopra i miei occhi chiusi. Vorrrei che la mia amata città mi rispondesse, vorrei occhi liberi da lacrime, ma non posso avere che un foglio di carta come una distesa di neve che aspira a farsi calpestare.

O foglio d'immancabile luce, o tana della mia soggettiva verità, a te mio ultimo ascoltatore, porgo queste parole, come fiori su una tomba ormai svuotata, a te dedico i miei pensieri in queste ore, perché tu sia riempito e non rimanga astratta neve bianca. La neve che dà rappresentanza ad un modo di vivere, quello senza occhi che brillano, senza aliti speranzosi di cogliere l'armonia della luna, in mezzo al mare dell'incanto, ove ogni voluta cosa riesce ad esssere compiuta.

Parole, cose che riescono anche nella favola ad essere scontate, che riescono a distruggere tutto quello che gli occhi hanno creato. Ma in fondo è anche peggio, quando esse non riescono a sortire, quando gli si impone di tacere in cuore al cuore..

E continuare a sprecarne di nuove, è il compito di noi studenti.

postato da: maxbrod alle ore marzo 27, 2008 11:07 | link | commenti (7)
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martedì, 04 marzo 2008

Roma weltrona

Splinder (04/03/2008)  A Roma si è comunque pendolari o motociclisti. Il cittadino per arrivare in orario al lavoro deve uscire alle sette. Dopo quell’ora (a meno che non abiti a brevissima distanza e possa arrivare a piedi, o abbia la fortuna inusuale di avere un parcheggio riservato ai dipendenti) non ha la possibilità di approdare alla meta in tempo utile. Sia che abiti nei quartieri Leggi ancora...
postato da: Mariaserena alle ore marzo 04, 2008 23:32 | link | commenti
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lunedì, 03 marzo 2008

Tè e Kalorie

Tengo fra le mani la mia tazza di tè della colazione. Una comune tazza bianca a fiori blu, non bella, di arcopal, forse una superstite di quelle in vendita come contenitore della nutella, quando ancora ne compravo per le figlie ragazzine; secoli fa. Le vendevano al supermercato, così come i bicchieri con i palloni di calcio o le auto di formula uno. Mi piace versare il tè e, subito dopo, il di latte che si sparge leziosamente a nuvola.  Incidentalmente penso anche a queste cose mentre bevo senza parlare.

Finito il tè, con ancora la tazza tiepida tra le mani penso... buono e caldo al punto giusto; poi parlo:

 

- Buono, chissà perchè, invece, se capita di prendere un tè al bar è sempre troppo bollente e senza sapore. -

- Questione di scambio di calore!- Risponde pronto l'Ing. che non perde mai una battuta. -

Già, quando uno conosce la termodinamica, la termotecnica ...

postato da: Mariaserena alle ore marzo 03, 2008 22:04 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, racconto

PROF DI LETTERE ALL'ATTACCO

Quella volta che ... HO TIRATO I'ANTOLOGIA IN TESTA all'ALUNNO...

Quasi vent’anni fa… era il 1989 mariaserena news
Non dico che sia stato un gesto didattico di grande stile. Ma per giudicare, se qualcuno proprio ci tenesse a farlo, bisognerebbe conoscere bene il clima che si crea qualche volta in classe. E sarebbe anche utile entrare dentro alle situazioni personali, agli stati d’animo, alle aspettative di una insegnante.
Insomma una come me (e come io ero allora) che insegna letteratura perché la ama, è una che ci crede, come si dice adesso in un gergo jolly, ed agisce di conseguenza.
Una che ci crede e che va in classe decisa a scardinare la presunta ignoranza e a spargere sapore di letteratura e sapore di poesia, ma non sempre trova ventisei o ventotto occhi-orecchi spalancati con annesso cervello connesso.
A volte è tutto il contrario; e proprio quella classe del 1989, di giovani manzi da carne e non da vibrazione estetica,  aveva intenzione di pascolare tutt’altro. Però io dignitosa e fedele alla consegna quella mattina volevo spiegare la mia lezione. E non solo.
Ero anche convinta che di fronte alla grandezza dell’arte anche le belve s’incantassero (se l’ha fatto Orfeo, pensavo convinta, perché io no? Già perché? Beata incoscienza e beato anche Orfeo).
Ero inoltre determinatissima a leggere e commentare il testo. Foscolo. Uno di quelli su cui vorresti sentire un palpitare all’unisono cuori e anime, in cui vorresti che quel “Né più mai toccherò le sacre sponde” fosse assorbito come linfa vitale: nettare a cui abbeverarsi avidamente. (Ragazzi qui la correlativa “né” è usata in senso evocativo, vedete? Il poeta sottintende che non solo ha perduto fortuna, affetti, amici e patria, ma che non potrà nemmeno più ritornare in patria dopo la sua morte: “Né più mai toccherò…” capite?)
Invece niente, o press’a poco niente. Classe maschile al 90 per cento. Una decina di facce atteggiate a conveniente accondiscendenza, ma distanti anni luce, altre cinque o sei abbastanza interessate, altrettante con aria compita ma la testa altrove (pressorè dopo c’è Prosperini: compito di matematica…), in fondo agli ultimi banchi i soliti zaini uso trincea e barricata dietro alle quali succede qualsiasi trasgressione concepibile in ambito scolastico, e poi l’andirivieni al bagno (posso uscire professoressa? scusate ma per voi l’ora di lettere è diuretica? No è che gli altri non ci mandano! Ah, grazie della fiducia allora ).
Comunque la lezione si avvia, e dopo un po’ molti stanno con la testa sulla immortale Antologia Pazzaglia dello Zanichelli editore; e non solo le ragazze (brave porelle, e carine e intelligenti) prendono appunti; ma qualcuno segue davvero, e chiede spiegazioni, e interrogato interloquisce: insomma la lezione salpa quasi felice e veleggia verso Itaca-Zante tra passato e presente, tra illusione e poesia. Tanto che, perfino Andrea, all’ultimo banco dietro la barricata apre un tenue spiraglio e il solito insofferente è quasi rassegnato. Insomma in qualche modo mi seguono tutti più o meno; tutti, tranne quello al terzo banco della fila centrale il perfido Massimo S.
Lui continua a distrarsi, a parlottare, a sgomitare il compagno. Lui mi sfida o meglio non mi si fila per niente
E’ un ragazzo con gli occhiali, i capelli corti color carotene, alto e robusto, ma sempre raggomitolato per cercare di non farsi notare.
Uno organizzato: decide lui quando studiare, infatti amministra (o così vorrebbe) la scuola e l’impegno scolastico, ha l’agenda delle verifiche e si presenta volontario quando ritiene sia il caso per poi pretendere di avere assolto il suo compito.
E’ un tipo che mi fa innervosire perché secondo me lui considera la scuola come lo sportello delle poste: vado, scrivo il telegramma, pago e ritiro la ricevuta. E la ricevuta è la sufficienza anche in Italiano, materia che lui sopporta appena. La cosa che mi fa ringhiare dentro, ma cerco di dominarmi. Quindi lo richiamo, lo sgrido, lo invito a seguire. E lui risponde: “sì sì, seguo”, “Massimo ma come segui se parli?”, “Questa l’ho fatta in terza media, la so a memoria” risponde con impudenza.
Petulante e insopportabile: come può pensare che un testo fatto “in terza media” possa esser stato analizzato e spiegato come si deve fare al triennio delle superiori. (E silenziosamente mi domando : perché?  Perché con tanta letteratura disponibile, alle medie si debbono fare gli autori del programma che poi sarà della maturità… a quale scopo?).
Tuttavia proseguo la spiegazione, approfondisco, chiarisco i risvolti storici, i collegamenti classici. Insomma una lezione fatta coscienziosamente (Massimo S. se ne infischia e continua; per non far vedere che ride tiene la testa china). Vado aventi: definizione di sonetto e tipi di sonetto; le rime, le assonanze del testo. Il mondo classico nel Foscolo, il richiamo ai temi ortisiani e a quelli dei Sepolcri…
Massimo non cambia atteggiamento, mi sbircia e finge di mettersi serio ma continua, batto la mano sulla cattedra per richiamarlo all’attenzione, annuisce con degnazione ("seguo, lo vede? ho il libro aperto..."), ma imbroglia, e io alzo la voce per sottolineare i concetti. Niente. Quasi un duello. A un certo punto vedo che non finge nemmeno più e si distrae completamente. Ho l’antologia in mano; un bel volumone di peso discreto. Il testo lo conosco a memoria ovviamente (e comunque non mi serve per spiegare, ma per indicare le pagine ai ragazzi).
Quindi continuo la spiegazione … “Tu non altro che il canto avrai del figlio … o materna mia terra …”
Vedo che l’ho completamente perso e non resisto per cui d’impulso lancio il libro in volo planare verso Massimo. I compagni dei banchi davanti a lui hanno visto la mossa e si spostano svelti e il libro atterra sul malcapitato colpendolo tra naso e fronte.
Ne segue una scena epica: la classe si rotola dalle risate, qualcuno allibisce, Massimo si alza imbestialito, sembra stia per scoppiare per l'ira funesta, si agita convulso, si alza rosso in faccia e rosso in testa:  per un attimo penso che verrà alla cattedra a picchiarmi ma continuo a spiegare guardandolo inferocita a mia volta…
Poi borbotta oscure minacce (genitori, denunce, ritorsioni) e si chiude in un dignitoso silienzio.
 
Oggi mi chiedo come mi sia venuto in mente di fare una cosa simile e come ho fatto lanciarmi così sconsideratamente nella sfida. Non era un gesto che avrei potuto giustificare, né è stato un atto razionale, misurato e pensato.
A distanza di vent’anni però confesso che mi rivedo con soddisfazione e non solo stupore. Perché so che quel gesto, inconsueto e censurabile certamente, era però in piena coerenza con me stessa e con la determinazione di cogliere sempre la loro attenzione, di stravolgere il loro convenzionalismo, di dimostrare che ci vuole anche coraggio, sfida e prepotenza quando si ha in mente di ottenere qualcosa di importante. E per me trasmettere un insegnamento era importante. Era importante far arrivare nella loro testa la letteratura e la poesia: magari non con il libro allegato.
Ma quel che è fatto è fatto.
  
lunedì, 18 febbraio 2008

Scuola

Per Simona e la sua classe (e i miei ragazzi)

Non so tutto
non l'ho mai saputo.
E quel poco o quel molto
ho insegnato

I tuoi occhi,
una luce che, accesa,
mi seguiva e spingeva
a parlare.

Come un semplice filo
di lana, un po' grossa
e tramata:
una voce, la mia

e in quell'aula
due finestre, tre file
di banchi
e pareti a racchiudere il tutto.

Uno sguardo fissato ed attento
ed il cuore ti dice: continua
non lo perdere il filo
è il momento

in cui tutto ha il suo senso
in cui tutto
puoi ancora spiegare.

Non ci sono denari
e interessi:
tu lo fai
lo faresti per niente

E' il tuo tempo
e il tuo studio:
il quei cuori
tutto quanto tu vai a riversare.

Solo questo
e nient'altro
è insegnare.

postato da: Mariaserena alle ore febbraio 18, 2008 00:37 | link | commenti (2)
categorie: pensieri, riflessioni, vita, scuola, notecellulari, maria serena peterli
domenica, 17 febbraio 2008

E' una scuola sbagliata?(*)  esame di MATEMATICA
 
E’ la scuola già scolarizzata
per intelligenza furba e integrata
è una scuola molto fortunata…
o è una scuola “sbagliata”?
 
Cominciò in un “ambientino” per bene
e allevato come si conviene
col partito già bene affiancato
… e un mulino bianco lì a lato…
 
Era una scuola, poca droga e vegetale,
era una scuola etnico-minimale,
una scuola in cui ci si dà ragione.
ora è una scuola-bamboccione.
 
Ma non è sempre
così tutto “normale”
c’è l’allegria
e l’incoscienza violenta
e c’è il docente…
sfinito e sfigato,
non è tutto scontato…
 
Scuola è davvero
con l’alunno selvaggio
che all’improvviso sbrocca
 senza motivo
che s’addormenta
con la testa sul banco
con dentro agli occhi
solo un vuoto messaggio:
 
prof  lascia perde,
oggi non ce la faccio,
compito? voto?
che je dico a mì madre
Torno domani?
Non posso… e che faccio
oggi, lei pure…
me sento no straccio”
 
Dentro agli occhi
c’è rabbia e l’amore
sulle sue labbra
non trova parole;
“Scuola insegna
a percorre la vita!”
Ma la sua mano
ora trema smarrita.
 
(*)testo indegnamente ritmato sulla musica della canzone di De Andrè: Una storia sbagliata